Giustizia versus agricoltura

21 ottobre 2013

Un giornalista de La7 – molto apprezzato per la lucidità con cui conduce le sue analisi – chiudendo un servizio in cui faceva il punto sulla Giustizia italiana, individuava un nodo decisivo ponendo il dubbio retorico: “resta da chiarire se in Italia vi siano così tanti avvocati poiché vi sono tanti procedimenti contenziosi o viceversa”. Da ciò nascerebbero varie riflessioni su formazione e reclutamento, ordini ed etiche, carriere e procedure; insomma, su quel diritto che troppe volte pare un rovescio. Chiunque vi abbia avuto a che fare, sa bene di cosa si parla. Applicando invece il principio ad altri campi, si potrebbe arrivare a ritenere che se si formassero tanti ecologi migliorerebbe la pianificazione ambientale ed energetica; o con tanti agronomi si ottimizzerebbe l’uso del territorio per l’agricoltura. E probabilmente sarebbe vero, e utile.

Abbiamo sentito in numerose occasioni che lo Stato possiede estese aree agricole inutilizzate e che l’idea sarebbe di venderle o darle in concessione a chi le possa rendere fruttuose. Consideriamo in concreto l’opportunità. In primis andrebbero fissati prezzi equi in relazione con microclima, infrastrutture, popolazione; poi andrebbe effettuata la vendita/concessione per lotti limitati favorendo crediti bancari e detrazioni fiscali per l’adesione a consorzi di produzione secondo protocolli biologici definiti sul piano nazionale; ulteriori norme dovrebbero deliberare la (quasi) autonomia energetica delle aziende e il corretto uso delle risorse idriche, revisionare radicalmente la catena di distribuzione e, ovviamente, stimolare la formazione superiore e universitaria del settore.

Sarebbe necessario un sostegno politico forte e consapevole, poiché un passo di tale portata innovativa non troverebbe l’approvazione né delle lobby agro-zootecniche né degli economisti conservatori.

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