Io, neanderthaliano

2 dicembre 2013

Oggi il termine ibrido richiama comunemente l’innovativa tecnologia automobilistica che combina un motore elettrico ricaricabile alla tradizionale combustione di idrocarburi. Ben precedente è invece il suo utilizzo in biologia, a indicare organismi generati dall’incrocio di specie diverse; si tratta di argomento che raramente a scuola è affrontato per la sua reale importanza, limitandosi alla citazione di qualche esempio, come quello del mulo, equino nato dall’accoppiamento tra l’asino e la cavalla.

Focalizzando l’attenzione sull’evoluzione umana, si svelano poi cose inaspettate sino a pochi anni fa. Infatti, rispetto al modello tradizionale che racconta di un gruppo di Homo sapiens provenienti dall’Africa subsahariana capaci di colonizzare l’intero pianeta sostituendosi – e mai mescolandosi –  agli altri umani più arcaici, è oggi provato che i sapiens emigrati si incrociarono con i neanderthaliani circa 60000 anni fa (dall’1 al 4% di geni neanderthaliani si trovano in tutti gli umani attuali, eccetto quelli africani); inoltre, circa 40000 anni fa, un gruppo discendente da questi migrando verso l’Estremo Oriente si ibridò con il terzo umano dell’epoca, l’uomo di Denisova siberiano (fino al 6% di geni denisoviani si trovano nelle popolazioni odierne del Pacifico).

Allargando invece l’orizzonte al più ampio tema della contaminazione genetica tra individui di specie diverse, ossia qualsiasi trasferimento di materiale genetico in senso orizzontale – cioè tra specie conviventi ma senza incrocio – si scopre che in natura l’assimilazione di parte del genoma di un individuo di altra specie è un fatto ordinario, coerente con l’esigenza di provare sempre nuove soluzioni; e che i trasferimenti avvengono anche tra specie molto differenti, come tra funghi e insetti, o tra alghe e molluschi. In altre parole, l’evoluzione ha già inventato anche gli OGM.

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