Escherichia killer

1 luglio 2013

Diecimila miliardi (1013, cioè un 1 seguito da 13 zeri) è il numero di cellule proprie in un umano adulto, ossia derivate dalla prima cellula embrionale (zigote) e perciò tutte con il medesimo corredo genetico. Centomila miliardi (1014) è invece il numero di cellule batteriche che vivono nel suo intestino: nutrono la mucosa, difendono da vari patogeni e favoriscono l’assimilazione di sostanze indispensabili per la nutrizione; si tratta della flora batterica, che con oltre 400 specie differenti forma un particolare ecosistema – specifico per ciascuno – in equilibrio dinamico per l’intera vita.

Dunque, il 90% delle cellule di un fisico umano sono batteri in simbiosi intestinale. L’1% di essi è Escherichia coli: mille miliardi di individui. Ma di E.coli ne esistono almeno 170 sottotipi, e altri si formano continuamente nel processo biologico di mutazione-evoluzione; una minoranza ha carattere di tossicità, anche fino a divenire letali. Come quello che comparve un paio d’anni fa in Germania, la cui diffusione fu sicuramente dovuta a carenze igieniche nella catena di produzione alimentare, in quanto il batterio si può trasmettere solo con l’ingestione di residui fecali di organismi che lo abbiano ospitato. E’ per ciò che sentimmo innanzi tutto un richiamo alle primarie regole igieniche. Si trattava di un batterio che, oltre alla tossicità, aveva la qualità straordinaria di resistere ai normali antibiotici; gli esperti più lungimiranti notano che negli allevamenti intensivi, dove gli animali sono trattati sistematicamente con antibiotici, si formano questi ceppi resistenti. A scanso di equivoci, niente a che vedere con i virus (tipo quello delle varie influenze: stagionali, suine, aviarie…) per i quali mai nulla possono gli antibiotici e ogni individuo infettato deve sviluppare propri anticorpi.

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