Giulio e Gregorio

26 agosto 2013

Tra il 24 e il 26 agosto di 1934 anni fa (79 d.C.) si verificò la spettacolare e drammatica eruzione del Vesuvio, detta pliniana in onore del primo vulcanologo che la storia ricordi -Plinio il Vecchio – morto tra i fumi di quell’eruzione che andava a studiare da vicino come narrato dal nipote il Giovane. La celebrazione di date così remote ci richiama la complessa storia dei calendari; ad esempio, a quel tempo era in uso quello giuliano istituito da Giulio Cesare nel 46 a.C., mentre oggi vige quello gregoriano promulgato dal papa Gregorio XIII nel 1582.

Il calendario giuliano, per la prima volta, si era svincolato dai cicli lunari legandosi unicamente al Sole; la lunghezza dell’anno solare era considerata di 365 giorni e 6 ore e, perciò, dopo 3 anni di 365 ne era introdotto uno bisestile. In realtà l’anno solare ha lunghezza di 365 giorni 5 ore 48 minuti 46 secondi, e la differenza di 11 minuti e 14 secondi si accumulò nei secoli giungendo, nel XVI sec., ad anticipare l’equinozio di primavera all’11 marzo.

L’equinozio rappresenta dall’antichità il principale richiamo della primavera e, dunque, dell’avvio di attività agricole e vita comunitaria; basti ricordare che la più importante festività cristiana – la pasqua – è fissata annualmente proprio a partire dall’equinozio, cadendo la domenica successiva al primo plenilunio che segue l’equinozio primaverile. L’errore accumulato nei secoli induceva un avvio delle attività anticipato e rischioso per l’agricoltura, tale da compromettere l’autorità della Chiesa sulle faccende terrene. E’ per questo motivo che il papa si premurò di riallineare le festività con i moti celesti: eliminando 10 giorni dalla storia – con decreto di passaggio dal 4 al 15 ottobre 1582 – e non considerando bisestili 3 anni ogni 4 secoli (1700, 1800 e 1900; quindi, da oggi, 2100, 2200 e 2300 e così via) per evitare che si rigenerasse l’errore.

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